lunedì 23 luglio 2012

Ricordi

Ricordi ricordi ricordi ispirati a ricordi e sepolti nei molti
impossibili vani di indiscusse credenze. Potenze e dominazioni e
milioni di esseri schiavi e vivi con riflessi annebbiati, circuìti,
inebriati, stolidi, matti, fatati, fatti fessi e incantati davanti
alla teleriproposizione.

E altre persone piu' attente ma senza credenze, penose per quanto
discrete e senza pretese, che schiave del fato, ignave (ma per niente
ignare di come girava qui il fumo) vendevano robe inadatte alla vita:
sorgenti inquinate di pseudo acqua viva, profumi invadenti, dolciumi
intrugliati di umore di sogno.

Sognavo.

Adesso... non so se era sogno e sono perplesso.

Sonetto

E dopo avere camminato tanto
le strade inospitali della terra
mi hanno portato all'ultimo mio canto
che infine mi si sciolse la favella

non solo la favella, ma anche il tatto
mi disse che era giunto il mio momento
che avrei virato in alto, tutto intatto
lasciandomi alle spalle il mio tormento

ma la vicenda umana è strana forte
è sabbia che non riesce a stare in mano
è pioggia che ricade sulla sabbia,

in fondo noi non siamo nati invano:
l'amore riesce a vincere la morte
e noi possiamo rompere la gabbia!

Lo spartito

Un ricordo resta, la festa impazza, la piazza vuole giochi.
E i pochi che giocare sanno, fan l'arbitraggio, che è saggio non
giudicare, se non si vuol star fermi, e gli arbitri son germi inermi
davanti alle masse ignare.

Ma se li guardi giocare diventi come loro.

Una voce, una vocina esce dal coro:

Io sono, io so, io sento!

Ma il vento spazza anche quella voce.
Rimane l'ombra di quel suono. Era un uomo.
E' diventato luce.

Dov'è finito? Era lì, è sparito?

Non è sparito, è spartito.

Nervi, fame acuta e lacrime.

La lama sottile dilaga, e resta sulla terra e vaga, coi suoi figli e i suoi servi.

Sono nervi fame acuta e lacrime che richiamano il sortilegio antico.

Un rito, quasi ineffabile di vita. Misera. E miserabile.

Di cui però sei responsabile.

Abile e arruolato col ruolo di navigato costruttore.

Sono ore che diventano giornate. E giornate che diventano una vita.

Ripetita.

Affiorando frano

Mi affido a te, messaggio.

Un tempo era il saggio che diceva di giorno ai demoni di girare al largo ora il letargo che falsa la visione prende tutti, e il diniego da' i suoi frutti avvelenati.

Dalle fontane delle vita siamo nati, e tornarci dobbiamo finalmente, ma la mente, che domanda e divora, s'infiamma e colora la via di vividi e ardenti tormenti.

Da dove formano le fila queste false fiammate? Da dove vengono queste astuzie colorate?

Sono rime baciate, dall'estro di questo maldestro operaio che sono, perdono se non so parlare italiano, perdono!

Io sono la spiegazione del sogno: di voi non ho più bisogno
e mi sembra una volta di più che   lassù non mi ama nessuno.

Quella voce io sento, è il mio tormento: ognuno e ciascuno per proprio suo conto!

Dimentico però che ero pronto dicevo facezie del tipo "non rido che il riso soltanto agli stolti abbonda"!

La notte e' ancora fonda e ho aspettato invano, infatti affiorando frano, e rischiare la luce del sole non posso.

Il mare è grosso sono in viaggio.

Mi affido a te, messaggio.